4,5
L’esordio omonimo di Rickie Lee Jones non si limita a essere un disco perché sembra un’intimità confessata a bassa voce dentro una metropoli di notte, dove la luce dei lampioni sfoca nell’alone degli alcolici e l’asfalto trasuda promesse tradite. La sua voce, di ragazza sfuggita a una pagina di Kerouac e all’ombra di un bar periferico danza affilata sul confine sottile che separa l’innocenza dalla perdizione.
In Chuck E.’s in Love la solitudine indossa la maschera della festa, sfoggiando un sorriso macchiato di fumo e sfrontatezza. Poi arriva Last Chance Texaco, dove la coordinata temporale si dilata: la resa vocale si fa eco di una strada deserta, litania purissima dedicataci da chi ha smarrito ogni cosa tranne la foga di avanzare. La Jones non intona melodie, evoca fantasmi. Compone polaroid di esistenze al margine, intrise di jazz, sostanze e passioni cenere prima ancora di nascere. Sullo sfondo resta la certezza che la bellezza sia soltanto un fortuito incidente, mai un approdo sicuro. Un’opera che rifiuta la consolazione ma regala vicinanza: simile a una ferita aperta che continua a pulsare, dolorosamente viva.
Ching Shih


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