R.E.M., Out of Time, CD, Warner Bros. Records 1991



3/5

C’è un’ironia fondamentalmente straniante nel fatto che il settimo LP dei R.E.M., una band le cui liriche fino a Green oscillavano metodicamente tra il borbottio incomprensibile e una forma di criptico minimalismo sudista, sia diventato l’artefatto pop definitivo del 1991 attraverso una canzone, traccia 2, intitolata con una precisione quasi clinica Losing My Religion. Il che non significa affatto perdere la fede in senso teologico, quanto piuttosto sperimentare quell’esatto, atavico imbarazzo atlantico nel rivelare involontariamente a qualcuno le proprie vulnerabilità emotive.

Out of Time è, a ben vedere, un’opera di transizione virtuosamente frammentata. Michael Stipe si smarrisce nei corridoi di un mandolino ipnotico per poi riemergere, mediante un’operazione di decostruzione sonora che include clavicembali, sezioni d’archi quasi manieriste e la voce di Kate Pierson dei B-52’s, in una sorta di euforia parodica e abbacinante (Shiny Happy People). È un disco clinicamente incapace di decidere se essere un capolavoro di malinconia acustica o il sintomo commerciale di una definitiva resa all’industria dello intrattenimento. E in questa sua irresolubile tensione sta la sua strana, irripetibile bellezza. Captain Flint


Commenti

Lascia un commento

HEGEL -LETTURE PIRATA
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.