5/5
The Piper at the Gates of Dawn sembra arrivare da un luogo in cui la realtà non ha ancora imparato a comportarsi da realtà. È un disco acerbo, certo, ma di quell’acerbità che possiede qualcosa di irripetibile: l’impressione che ogni suono possa aprire una porta su una stanza ancora inesplorata. Syd Barrett guida i Pink Floyd attraverso un paesaggio di gnomi, spaventapasseri, biciclette e stelle, trasformando la psichedelia in una forma di fiaba febbrile.
La forza dell’album sta soprattutto nell’assenza di paura. Astronomy Domine e Interstellar Overdrive non chiedono il permesso di essere strani; Lucifer Sam seduce con la sua inquietudine felina, mentre Bike sembra sorridere proprio mentre perde il contatto con il mondo. Anche gli episodi più ingenui contribuiscono a quel senso di meraviglia infantile che rende il disco così singolare.
La produzione conserva inevitabilmente i limiti del 1967, e qualche idea oggi appare più bizzarra che compiuta. Ma è proprio nell’imperfezione che il disco respira. Questa ristampa EMI del 2011 restituisce con chiarezza quel piccolo universo sonoro senza addomesticarne l’eccentricità.
Captain Sharkey


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