The Final Cut è un disco che non sembra voler essere ascoltato, ma subito sopportato. È un requiem intimo travestito da album dei Pink Floyd, nato dall’ossessione di Roger Waters per la guerra, per il padre morto in Italia e per quel dopoguerra che avrebbe dovuto consegnare un mondo migliore e invece sembra aver prodotto soltanto nuovi fantasmi.
La musica procede come un corteo sotto la pioggia: pianoforti, orchestrazioni, esplosioni improvvise di chitarra, rumori lontani. The Gunner’s Dream, The Fletcher Memorial Home e la title track sono momenti di autentica potenza emotiva, mentre Two Suns in the Sunset chiude il sipario su un’apocalisse che non ha bisogno di mostrarsi per risultare terribile.
Ma proprio qui sta il limite del disco. Waters ha talmente tanto da dire che talvolta sembra non lasciare spazio all’ascoltatore: le canzoni diventano confessioni, accuse, memorie che chiedono attenzione più che piacere. E i Pink Floyd, ormai ridotti quasi a una cornice per la sua visione, sembrano un corpo dal quale l’anima sta già fuggendo.
Non è il loro album più equilibrato, né il più immediato. È però uno dei più dolorosi e onesti. Un disco imperfetto, claustrofobico, spesso magnifico proprio quando smette di volerlo essere.
Captain Sharkey


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