4,5/5
The Division Bell è un disco che sembra arrivare da un posto in cui qualcuno ha appena smesso di parlare. Non c’è più la furia monumentale dei Pink Floyd degli anni Settanta, né l’ombra ingombrante di Roger Waters: restano David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright, immersi in una musica lenta, levigata, fatta di silenzi, tastiere sospese e chitarre che sembrano cercare una risposta. Il tema della comunicazione mancata attraversa l’intero album, trasformando ogni canzone in una piccola conversazione interrotta.
Quando funziona, il disco è magnifico. Marooned lascia parlare la chitarra come se fosse una voce priva di parole; Wearing the Inside Out restituisce a Wright una presenza finalmente centrale; Keep Talking insiste sulla necessità quasi disperata di trovare un ponte fra due esseri umani. E poi c’è High Hopes, conclusione elegiaca e probabilmente il momento più compiuto dell’album.
Non tutto, però, possiede la stessa intensità. Alcuni brani sembrano rifugiarsi nell’eleganza del marchio Pink Floyd invece di correre il rischio dell’autentica sorpresa. È un disco più malinconico che rivoluzionario, più raffinato che necessario.
Captain Sharkey


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