4/5
Sea Hunt dei Plan 9 suona come la traccia acustica di una traversata intrapresa alla cieca, priva di qualsiasi rotta tracciata. L’album avanza per scatti improvvisi, svolte inaspettate e bagliori luminosi: chitarre affilate e tese, sezioni fiati che s’infilano di sbieco, incastri ritmici che si rammentano soltanto sul finale della propria destinazione. È una materia sonora immersa in una foschia densa ma ricchissima di sfumature. I brani “Hat Comes First”, “The Figures” e “Man Bites Dog” conservano un’ossatura spigolosa e ostinatamente ancorata alla terra, laddove la suite “Sea Hunt” concede all’elemento liquido il totale controllo dell’atmosfera, trascinando chi ascolta in un naufragio strumentale in cui il jazz svela la sua natura di flusso, mulinello e abisso.
Il fascino più genuino del lavoro risiede nell’inaccessibilità a qualsiasi lettura univoca. I Plan 9 evitano con cura di sigillare i passaggi, preferendo socchiudere gli accessi per far circolare l’aria. Persino nei momenti in cui una linea melodica sembra trovare un proprio centro, un’interferenza, una sterzata di tempo o un inciso asimmetrico intervengono a ribaltare l’asse dell’insieme. Sea Hunt vibra dentro questo equilibrio fragile: rifiuta l’esigenza di essere interpretato, chiedendo solo di venire esplorato. E alla fine lascia un’impronta simile al profumo di salsedine sulla pelle: impercettibile, duraturo, impossibile da narrare senza immergetevisi di nuovo.
Long John Silver


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