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Ascoltare Glassworks di Philip Glass significa seguire un filo sonoro in perenne movimento, persino quando appare del tutto fermo. Le singole note tornano su se stesse, si ripetono, mutano appena; è proprio in questa trama di oscillazioni impercettibili che la nostra percezione inizia lentamente a trasformarsi.
Glass predilige l’architettura di un flusso ininterrotto e quasi ipnotico, capace di sfumare i contorni del tempo ordinario. Opening scorre con placida ostinazione, come un’idea ricorrente che si ripresenta sempre con un’increspatura diversa. Floe possiede un dinamismo fluido ed esuberante, mentre Facades custodisce una malinconia distante, simile alla contemplazione di un orizzonte remoto.
L’incanto dell’opera risiede nel delicato equilibrio tra rigore formale ed enigma. Ogni frammento occupa la sua sede ideale, eppure la composizione rimane libera, priva di confini definiti. Questa musica sfugge alle narrazioni tradizionali e non offre certezze. Piuttosto, ci affianca con discrezione mentre una suggestione profonda ci attraversa, rinunciando a ogni definizione.
Qui risiede il suo prodigio: nel mostrarci il valore della ripetizione fino a farci scoprire che, nell’ascolto, siamo diventati diversi.
Benjamin Hornigold


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