4/5
Riascoltare Yield a quasi trent’anni di distanza non vuol dire tornare ai Pearl Jam, ma infilare lentamente la mano nella tasca di un vecchio cappotto e ritrovare il momento preciso in cui si è smesso di essere giovani. È un inventario di urgenze messe da parte, un manuale di deviazioni necessarie, un archivio di strade lasciate a metà. Se Ten urlava la propria ferita al mondo, Yield (Epic Records, 1998) compie un gesto assai più audace: impara a farsi da parte.
In pezzi come Given to Fly e Wishlist, Eddie Vedder non prova più a sfondare il muro del dolore, ma vi apre uno spiraglio per guardare al di là. Le chitarre di Stone Gossard e Mike McCready non alzano barriere di distorsione: tendono ponti fragili sospesi sul vuoto. È un disco sull’abbandonarsi, non sull’arrendersi; sul consegnare la rabbia alla gravità e scoprire che il mondo, malgrado tutto quanto, continua a girare senza andare in frantumi. Yield ci domanda: che cosa stringi ancora nel pugno, solo per la paura di vederlo volare via?
Vesper Skarn


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