4/5
Nel 1992 qualcuno ha registrato undici canzoni e le ha chiuse dentro un disco tondo, sottile come una moneta. Tenerlo in mano a lungo prima di ascoltarlo fa parte del rito. In “Alive” un figlio scopre chi è suo padre, e il ritornello, che sembra una festa, è in realtà un lutto che ha imparato a cantare. In “Black” un amore diventa un colore che non si lava via. “Jeremy” è un banco vuoto in fondo all’aula, e nessuno lo guarda. Eddie Vedder canta come chi porta un bicchiere pieno fino all’orlo attraverso una casa in cui tutti dormono: ogni parola trema, nessuna cade. Le chitarre di McCready e Gossard non fanno rumore, fanno luce, e il basso di Ament tiene il tempo come un cuore che si rifiuta di smettere. Certo, il suono è ancora carico di riverbero, e certi assoli durano più di un addio. Ma l’imperfezione è la prova che qualcuno era lì, in carne e fiato. Il CD gira. Undici tracce dopo, si finisce per ascoltare se stessi.
Vesper Skarn


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