3,5/5
Alcune cose le conserviamo solo per ricordarci che eravamo vivi quando sono successe. Questo disco dei Pearl Jam, uscito nel 2006 per J Records su plastica trasparente, non è un semplice album: è un involucro per l’urgenza.
Eddie Vedder canta come chi tenta di dare un nome alla propria rabbia prima che sia lei a definire lui. Sulla copertina c’è un avocado, ma all’interno non trovi nulla di innocuo o vegetale: chitarre che scrosciano come un temporale contro vetri serrati, un martellare sordo che somiglia al cuore di chi teme di scordare. World Wide Suicide non bussa e non chiede il permesso: smonta la stanza in cui ti trovi. È un lavoro imperfetto, viscerale, di una forza rara. Non pretende di consolare: vuole soltanto lasciare il segno, come un graffio su una porta di casa. Alla domanda su ciò che siamo diventati non risponde, ma la scrive con un pennarello nero sullo specchio del bagno, così che nessuno possa far finta di nulla mentre si lava i denti la mattina.
Vesper Skarn


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