4/5
Nick Cave, qui, sembra aver abbandonato le furie più esplosive per un racconto intimo, quasi sussurrato. Le canzoni non gridano: si posano, come polvere su vecchi mobili. C’è una gravità dolente in “The Weeping Song”, un dialogo tra padre e figlio che sembra provenire da un’altra epoca – forse da un romanzo che ho tentato di scrivere io stesso, dove le parole non bastano mai a sanare le ferite.
Il titolo, The Good Son, evoca un’ironia sottile: chi è davvero buono, in questo disco? I personaggi di Cave sono imperfetti, segnati da colpe e redenzioni mancate, eppure la loro vulnerabilità ci appare familiare, come il volto di un amico che non vedevamo da anni. La voce del cantante, per una volta, non è un ruggito ma un tremito controllato. Certi passaggi, come la title track, mi ricordano la sensazione di ritrovare una vecchia fotografia: il dolore è ancora lì, ma addomesticato, quasi bello.
Non è un album consolatorio. Piuttosto, è un tentativo di capire come si possa continuare a vivere dopo aver perso qualcosa di essenziale. E forse è proprio questa incertezza, questo andare a tentoni tra le note, a renderlo così indimenticabile.
Jack “Dingo” Callahan


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