4,5/5
C’è qualcosa di quasi osceno nell’ascoltare oggi Atlanta Pop Festival: Jimi Hendrix non sembra suonare per un pubblico, ma per una folla che ha già capito che il futuro sarà più rumoroso, più drogato e molto meno interessante di quanto sperasse. Registrato nel 1970 e pubblicato da Experience Hendrix nel 2015, il disco conserva quella sensazione di fine imminente, come se ogni assolo fosse una forma particolarmente elegante di autodistruzione.
Hendrix prende “Star Spangled Banner”, “Purple Haze” e “Voodoo Child” e li trasforma in oggetti deformati, magnificamente inutili, destinati a bruciare prima ancora di poter diventare monumenti. La chitarra è ovunque: liquida, violenta, paranoica. Mitch Mitchell e Billy Cox sembrano seguirlo dentro una stanza senza pareti, mentre la folla diventa soltanto rumore di fondo.
Non è un disco “bello” nel senso rassicurante del termine. È sporco, eccessivo, spesso quasi sgradevole. Ed è proprio questo il suo fascino: Hendrix non sta celebrando un’epoca. Sta già assistendo alla sua morte.
Lenny “Two-Moons” Mallory


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