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Nato a Parigi nel 1957, Emmanuel Carrère è tra i più incisivi narratori francesi contemporanei, celebre per opere di non-fiction come L’avversario e Limonov in cui i fatti di cronaca e la realtà si trasformano in narrazione letteraria.
In Kolchoz (Adelphi), l’autore torna all’indagine autobiografica mantenendo uno sguardo distaccato e analitico. Al centro dell’opera si colloca la figura della madre, Hélène Carrère d’Encausse, celebre storica dell’Unione Sovietica e accademica di Francia, figlia di profughi georgiani in fuga dalla Rivoluzione. Attraverso il legame filiale, la memoria privata si dilata fino a coprire quattro generazioni: la narrazione intreccia l’infanzia dell’autore ai grandi snodi del Novecento, dalla Russia zarista alle deportazioni, dall’esilio parigino fino alla crisi ucraina contemporanea.
Il titolo trasfigura il concetto di fattoria collettiva sovietica in una parabola sulla famiglia, intesa come comunità coatta a cui si appartiene prima ancora di poter decidere. In questo spazio si ereditano in modo ineludibile ossessioni, fobie e reticenze, ridimensionando l’illusione della libertà individuale.
Senza cedere a intenti consolatori, Carrère adotta una struttura volutamente frammentaria che alterna aneddoti domestici, documentazione d’archivio e ritratti storici. Kolchoz restituisce così l’immagine di un passato mai del tutto risolto, la cui gravità continua a plasmare il presente di chi vi è sopravvissuto.
Maelstrom Corvus


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