4/5
Don’t Slander Me (Pink Dust, 1986) è il ruggito di un sopravvissuto. Uscito dai labirinti della psichiatria texana e dalle sue ossessioni per i mostri del cinema, Roky Erickson torna con un garage-rock tirato a lucido, feroce e senza difese.
La sua voce è una meraviglia ferita: uno strillo elettrico, sospeso tra la disperazione di un profeta d’incubi e la purezza di un ragazzino smarrito. Brani come la title-track o “Bermuda” trasformano il trauma americano in puro mito pop, sostenuti da riff affilati e da un ritmo che non lascia respiro. Ogni canzone sembra scritta con l’urgenza di chi ha già visto il peggio e non ha più nulla da nascondere.
Non è soltanto psichedelia tardiva, ma un piccolo romanzo gotico su vinile, popolato di creature, presagi e feroci tenerezze. Erickson non chiede pietà per i suoi fantasmi: pretende di essere ascoltato a volume altissimo, e trasforma la propria follia in un atto d’amore e di pura sopravvivenza. Alla fine resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro: un uomo che, invece di spegnersi, decide di suonare più forte.
Long John Silver


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