4/5
C’è un istante esatto, nel 1982, in cui il punk dismette la pelle per indossare una camicia a scacchi, scegliendo di sparire senza gloria né strepito. Sundown, il capolavoro dei Rank and File firmato dai fratelli Kinman – dove risplende la celebre Long Gone Dead –, incarna questa deriva. Più che un album, pare una sequenza smarrita di un film di Wim Wenders ambientato tra i capannoni d’una latteria californiana: il ronzio costante delle celle frigorifere, il polverone sui sentieri sterrati, l’eco di un jukebox fuori uso. Le chitarre conservano il sapore amaro d’una notte passata nel fosso; la voce di Chip è un inganno dolcissimo, una promessa d’amore sussurrata mentre si stipano le valigie nel bagagliaio. Cowboy Minutes non è un brano, ma la crepa che spacca il soffitto d’un motel a El Paso, mentre I Went Walking ha il passo lento di un viale di cipressi in fiamme. È la voce degli unici compagni di gioventù, quelli che ti spingevano a fuggire senza possedere alcuna meta. Odora di benzina, fieno e resa. È la bellezza di una fuga che vale più di ogni arrivo.
Long John Silver


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