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New York è un congegno che genera clamore all’infinito, persino nel silenzio dell’indifferenza. Lou Reed ne è consapevole. In Street Hassle, il lavoro del 1978 di cui New York Superstar cattura l’essenza, la metropoli trascende il ruolo di quinta scenica per farsi materia viva ed elettrica: un’umanità stipata tra i solchi del vinile, intreccio di neon, asfalto, motel, carne e tenebre dense che rifiutano l’alba.
Reed declama come chi scorre un verbale giunto ormai fuori tempo massimo: zero assoluzioni, zero illusioni, pura cronaca. Il suo timbro attraversa i brani con una distaccata lucidità che amplifica l’inquietudine del racconto. Le chitarre evitano la grazia formale; vi sbattono contro quasi per caso, lì dove il caos acustico si tramuta in ricordo.
Riascoltare quest’opera oggi equivale a calarsi in una New York già divenuta leggenda, eppure ancora sufficientemente lurida da conservare la propria verità. Reed evita l’elogio come la condanna. Si limita a fissarla. E mentre il disco ruota, affiora la sensazione che sia la metropoli stessa a pronunciarsi, usando la sua voce.
Edward Teach


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