3,5/5
Certi dischi non si mettono sul piatto: ci si casca dentro come in un pozzo senza fondo. The Cave Comes Alive dei Lime Spiders, uscito per la Virgin in quel maledetto 1987, non viene dalla radio. Viene da una notte eterna, da un posto squallido dove i fantasmi si siedono al banco del bar e le chitarre imparano a sputare i loro nomi.
The Cave Comes Alive non è solo una canzone. È altresì la porta sbilenca e sgangherata di una cantina piena di ombre, vizi sporchi e roba da cui bisognerebbe solo scappare a gambe levate. Eppure si resta lì, immobili.
Tutto il disco trema, suda, ha la febbre alta. È buio pesto, certo, ma non è roba morta: sotto la polvere c’è una carne sanguinante, spaventosamente simile alla nostra. Ha quella grazia marcia e disperata di chi non offre una spalla su cui piangere, ma fissa dritto negli occhi mentre la baracca prende fuoco e va tutto all’inferno.
Jack “Dingo” Callahan


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