3,5/5
Qualcosa emerge dal buio e si mette a fissare chi ascolta Slave Girl. Questo disco del 1985 sembra arrivare da un luogo senza tempo, dove le notti sono infinite e i neon tremano su pavimenti intrisi di desiderio. La musica procede come una creatura inquieta: sinuosa, ossessiva e minacciosa, capace di trasformare la seduzione in una febbre improvvisa.
È un album che non chiede permesso: afferra e trascina dentro un universo fatto di ombre, corpi, pulsazioni e promesse oscure. Il confine tra piacere e pericolo si annulla in un gioco perverso.
Oggi si avverte ancora quella tipica elettricità anni Ottanta: artificiale e carnale insieme, fredda in superficie ma febbrile nel cuore. Un frammento notturno che lascia addosso un’impronta indelebile.
Jack “Dingo” Callahan


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