4,5/5
Ci sono dischi che non pretendono la tua attenzione: attendono con pazienza che tu sia pronto. John Lee Hooker Sings His Blues, edito dalla Atco nel 1963, appartiene a questa rara categoria. Quando la puntina incide il solco, appare chiaro che non servono artifizi: la voce è graffiante, la chitarra risuona come da un interno spoglio e ogni nota porta il peso del pulviscolo della strada.
Hooker non descrive il blues, lo incarna. In Don’t Turn Me from Your Door risuona la preghiera di chi riconosce la sconfitta, pur rifiutando la resa. Non chiede pietà, solo un’ultima occasione. L’album vive di addii, notti interminabili e solitudini che nessuno vuole riscattare.
La sua potenza risiede nell’essenzialità. Hooker non cerca il virtuosismo: ostinato, batte sul tempo, insiste e scava a fondo. La chitarra avanza come un viandante nell’oscurità, mentre il canto svela ciò che rimane una volta cadute le illusioni. È un’opera del ’63, ma resta fuori dal tempo: certi dolori non invecchiano mai, si limitano a cambiare dimora.
“Blind Dog” Crossroads


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