4,5/5
Ci sono album che suonano come una chiamata inaspettata nel cuore della notte: non sai cosa aspettarti, ma sollevi la cornetta. Centerfield appartiene a questa categoria. John Fogerty si riaffaccia sulla scena dopo un lungo periodo d’ombra con l’attitudine schietta di chi ha masticato la strada e non sente il bisogno di giustificarsi con nessuno.
Il brano che dà il titolo al disco è un fendente immediato: profuma di stadi polverosi, birra da due soldi e il mito americano del baseball. Subito dietro spingono pezzi come The Old Man Down the Road e Rock and Roll Girls, sorretti da chitarre ruvide e instancabili come vecchi pick-up che macinano ancora miglia. Fogerty s’incarica di quasi tutti gli strumenti, ed è qui che risiede la verità del lavoro: nessun arrangiamento leccato a coprire le crepe, nessuna sovrastruttura. Solo un uomo, la sua scrittura e una stanza affollata di memoria.
Pubblicato nel 1985, il disco rifiuta con forza l’estetica del suo tempo. Mentre il pop si veste a festa e ammicca alle telecamere di MTV, Fogerty si rifugia nel blues e nel rock’n’roll primordiale, sfoderando quel timbro nasale da sopravvissuto.
Non tutto funziona alla perfezione: qualche episodio gira a vuoto come un motore acceso in un parcheggio vuoto. Ma la forza dell’album sta anche in questa imperfezione. Centerfield non promette salvezza: ti accoglie, ti versa da bere e ti fa compagna per novanta minuti.
Samuel Bellamy


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