5/5
Ci sono dischi dal vivo che servono a ricordare una serata e dischi che servono a smentire lo studio. Questo doppio LP fa la seconda cosa, con una certa insolenza. Il primo disco è archeologia newyorkese: quattro ragazzi in camicia stirata, tra il 1977 e il 1979, suonano come se qualcuno li avesse appena sorpresi a ripassare in biblioteca. Tutto è scheletrico, nervoso, a un passo dal ridicolo e proprio per questo magnifico. David Byrne canta con la voce di chi ha scoperto che il panico, tenuto a tempo, si può ballare.
Poi, lato dopo lato, la stanza si riempie. Arrivano tastiere, percussioni, chitarre, coristi: un intero condominio di musicisti entra nelle canzoni e sposta i mobili. Nel secondo disco, registrato tra il 1980 e il 1981, il quartetto scopre la propria anima funk e la lascia entrare senza chiedere permesso. Tina Weymouth e Chris Frantz tengono insieme il pavimento mentre tutto il resto fluttua, e Jerry Harrison riempie ogni spazio libero. È un album sulla trasformazione come forma di fedeltà: la band resta se stessa proprio perché rifiuta di restare la stessa. Un’identità che non si possiede, ma si suona.
Long John Silver


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