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Ci sono dischi che sembrano venire da un luogo che abbiamo conosciuto e che non sappiamo più indicare sulla mappa. Inni, registrazione dal vivo dei Sigur Rós pubblicata nel 2011 da Krúnk, è uno di questi. Non è solo la testimonianza di un concerto: è il ricordo di qualcosa che, mentre accadeva, era già diventato passato.
Le chitarre si distendono lentamente, la voce di Jónsi affiora come una lingua che appartiene più al paesaggio che agli uomini, e ogni crescendo porta con sé una promessa che non verrà mai del tutto spiegata. L’ascoltatore è condotto avanti senza fretta, come attraverso una lunga stanza buia, per scoprire alla fine che ciò che cercava non era una risposta.
In Inni c’è una malinconia particolare: non quella rumorosa della perdita, ma quella discreta delle cose che abbiamo amato e che, proprio per questo, non possiamo trattenere. È musica che non chiede di essere capita. Chiede solo di essere ricordata.
Maeve “Crow” Vance


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