5/5
Rock Bottom sembra arrivare da un luogo in cui il tempo ha smesso di funzionare secondo le regole abituali. Le canzoni di Robert Wyatt galleggiano, si spostano lentamente dentro una stanza mentale dove la voce, fragile e quasi disincarnata, è insieme presenza e ricordo.
Ogni suono sembra conoscere la distanza che lo separa dal silenzio. Le tastiere, gli ottoni, le percussioni emergono e scompaiono come segnali captati da una radio durante la notte. Sea Song apre una porta sull’acqua, Alifib trasforma l’intimità in una lingua privata, mentre Little Red Riding Hood Hit the Road sembra osservare il mondo da un punto laterale, come se la realtà fosse già diventata una registrazione di se stessa.
Wyatt canta senza cercare di dominare le canzoni. La sua voce accetta la vulnerabilità e la rende materia musicale. In questo senso Rock Bottom non è semplicemente un album sul dolore o sulla rinascita. È un disco sulla permanenza: ciò che resta quando il corpo, il tempo e il linguaggio hanno perso la loro apparente stabilità.
Edward Teach


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