4/5
Gone again (Arista, 1996) non è tanto il “ritorno” di Patti Smith dopo il ritiro domestico nei sobborghi di Detroit, quanto una specie di doloroso, inflessibile esercizio di anatomia del lutto.
Registrato all’indomani della perdita devastante del marito Fred “Sonic” Smith, del fratello Todd e dell’amico Robert Mapplethorpe, l’album possiede quell’inconfondibile tessitura emotiva che scaturisce solo quando il dolore cessa di essere un’astrazione teorica e diventa una concreta, soffocante presenza fisica nella stanza.
Laddove il punk viscerale di Horses ruggiva contro il cielo chiedendo risposte immediatissime, qui la scrittura si piega verso un’elegia quasi rituale, le chitarre si fanno oscure, ipnotiche, mentre la voce di Smith, ormai priva di ogni velleità giovanile, galleggia tra una quieta rassegnazione e improvvisi, devastanti picchi di straziante lucidità spirituale. Captain Flint


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