5/5
Esistono album dal vivo che documentano uno show e altri che sembrano la cronaca a caldo di un’aggressione sonora. Live at Fillmore West appartiene alla seconda specie. San Francisco, marzo 1971: King Curtis sale sul palco scortato da una sezione ritmica illegale — Dupree, Jemmott, Purdie, Preston. Non è sottofondo da salotto, è un assalto che ti afferra al petto e non ti molla più.
Il sax di Curtis ruggisce con spietata lucidità. Da Memphis Soul Stew fino a riletture viscerali di Zep e Procol Harum, la band smonta il rock, lo purifica e lo trasforma in funk rovente. Nessun esibizionismo: solo un groove d’acciaio e una coesione terrorizzante.
Riascoltato nella riedizione Rhino del 2006, questo disco non profuma di nostalgia, ma di fumo e linfa vitale. È la testimonianza carnale di un momento in cui la musica nera e quella bianca si fondevano senza mediazioni. Un’opera selvaggia e imprescindibile, che quando sfuma lascia un silenzio assordante.
“Blind Dog” Crossroads


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