2,5/5
Wild Things Run Fast suggerisce un’evasione che la musica stessa smentisce: Joni Mitchell esplora i sentimenti degli anni Ottanta conscia che l’amore non redime e la maturità non porta pace.
La veste sonora — chitarre elettriche, sintetizzatori, ritmi patinati — riflette il proprio tempo, ma sotto la superficie pulsa il suo sguardo acuto e inflessibile sulle dinamiche di coppia. In “Chinese Café” il passato riaffiora indelebile; “Moon at the Window” svela una solitudine domestica; “Underneath the Streetlight” interroga ciò che resta dell’intimità quando l’abitudine spegne la passione.
L’album schiva la nostalgia per analizzarla. Mitchell osserva e mette a nudo la fragilità dei legami, senza cercare la consolazione dell’ascoltatore.
Lontano dall’essere un disco immediato, Wild Things Run Fast lavora a fondo: è la testimonianza di una voce adulta e vulnerabile, priva di autocommiserazione, che attraversa il presente custodendone le ferite come una vecchia foto mai dimenticata.
Ching Shih


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