5/5
In Hejira, Joni Mitchell trasforma la strada in una condizione dell’anima. L’album del 1976 trascende il semplice diario di viaggio per esplorare l’irrequietezza di chi sceglie di vagare senza meta. Brani come paesaggi in movimento — tra autostrade, deserti e motel — raccontano quel confine sfumato dove la libertà coincide con la solitudine.
La sua voce, distaccata e profonda, svela l’essenziale proprio mentre sembra ritrarsi. L’atmosfera jazz, guidata dal basso fluido e inafferrabile di Jaco Pastorius, dà forma a un’instabilità permanente: ogni struttura resta sospesa, riflettendo un rimuginare continuo.
Un’opera al contempo concreta e impalpabile, che misura il costo della libertà nella perdita di legami, certezze e punti di riferimento. Hejira non offre risposte né conforto, ma ci mette di fronte alle domande sospese che ognuno si porta dentro.
Ching Shih


Lascia un commento