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All’inizio si è tentati di liquidare tutto come uno scompiglio mentale di Philip Roth. Ma, procedendo nella lettura, emerge un’ipotesi più inquietante: che il caos sia in realtà l’architettura rigorosa di un disegno volto a cancellare il confine tra realtà e invenzione.
In Operazione Shylock, Roth incontra a Gerusalemme un uomo identico a lui, che ne condivide nome e sembianze, ma sostiene una provocatoria teoria del «diasporismo»: il ritorno degli ebrei israeliani nei paesi europei d’origine. Da questo incontro nasce una riflessione sull’identità, la memoria, la questione ebraica e il potere della narrazione.
Tra dibattiti sulla Shoah e sul sionismo, ironia e improvvise deviazioni, il lettore viene trascinato in un’incertezza continua, dove ogni certezza può capovolgersi. Il doppio diventa così la crepa attraverso cui si manifesta la fragilità dell’individuo e di ciò che chiamiamo identità.
La prosa, intellettuale e provocatoria, alterna comicità e inquietudine, senza concedere facili risposte. Operazione Shylock è un testo febbrile, sospeso tra finzione, saggio e confessione, che lascia un interrogativo essenziale: quanto di ciò che siamo coincide con le storie che scegliamo di raccontare?
Mary Read


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