4,5/5
Nonostante la notorietà legata ai temi della memoria, del razzismo e della denuncia politica — culminata con l’assegnazione del Premio Pulitzer 2025 per il romanzo James —, la vera essenza della scrittura di Percival Everett si rivela nella forma breve. Il racconto Un po’ di fede, incluso nella raccolta In un palmo d’acqua, ne costituisce il perno fondamentale, sintetizzando in un’architettura minimale l’intera visione etica e letteraria dell’autore afroamericano.
La vicenda ruota attorno a Sam, un veterinario d’azienda agricola coinvolto dallo sceriffo locale nelle ricerche di una bambina nativa americana scomparsa nei boschi. Ciò che s’inaugura come un dramma d’azione devia rapidamente verso un’intensa indagine interiore e spirituale. L’ambientazione nei ranch e la presenza della natura selvaggia dell’Ovest americano attingono in modo diretto dal vissuto personale di Everett: nato nel 1956 in una base militare della Georgia e laureato in filosofia a Miami, prima di approdare all’insegnamento di scrittura creativa alla University of Southern California l’autore ha infatti svolto professioni eclettiche, lavorando come chitarrista jazz, rancher e addestratore di cavalli.
Con uno stile essenziale e asciutto che richiama il minimalismo di Raymond Carver, Everett rinuncia a ogni intento didascalico. La narrazione affida la propria forza espressiva ai silenzi, alla gestualità e all’imponenza del paesaggio. In quest’ottica, la letteratura come forma di resistenza non si manifesta attraverso slogan espliciti, ma nell’ascolto attento delle voci storicamente emarginate e nel recupero di una dimensione sacra dell’esistenza. Sull’esempio di maestri come William Faulkner e Toni Morrison, Everett — oggi residente a Los Angeles, autore di oltre venti opere tradotte in tutto il mondo e insignito di prestigiosi riconoscimenti internazionali — trasforma la fragilità e l’isolamento dei suoi personaggi in uno strumento d’indagine sulle contraddizioni della società contemporanea.
Capitain Smoke


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