4,5/5
Esiste un’America fatta di pareti sottili, di rumori uditi attraverso il muro e subito dimenticati, di vicini che preferiscono non sapere. Solitude Standing (A&M, 1987) è il disco di quell’America. Suzanne Vega canta a bassa voce, con la compostezza di chi ha imparato che il silenzio è l’unico rifugio e che spesso, anche quello, viene violato.
“Luka” è il centro oscuro dell’album: la voce di un bambino che dice di non fare domande, che non vuole essere disturbato, che sta imparando la menzogna come una lingua materna. Nessun melodramma, nessuna denuncia esplicita, e proprio per questo la canzone fa più male di qualsiasi testimonianza. “Tom’s Diner”, cantata senza accompagnamento, registra la città con la freddezza di una cronaca: una donna, una tazza, il vetro di un locale in cui ci si guarda senza vedersi.
La chitarra è pulita, quasi timida, l’arrangiamento lascia intorno alle parole un’aria vuota. È una musica che non chiede amore ma attenzione. E la concede a pochi, come una porta socchiusa in un corridoio di cui si conosce già l’ultimo, terribile scenario.
Ching Shih


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