5/5
A Promise Is a Promise, pubblicato dai Lyres nel 1988, è un disco che sembra mettere alla prova la resistenza fisica dell’ascoltatore. Guidati da Jeff “Monoman” Conolly, i Lyres costruiscono il loro suono su organo Vox, pochi accordi, velocità e ripetizione ossessiva.
In un’epoca in cui il rock cercava levigatezza e perfezione tecnologica, la band sceglie deliberatamente la ruggine sonora, trasformando ogni brano in una scarica di energia.
Fin da Here’s a Heart il programma è chiaro: nessuna introduzione, nessuna gentilezza. Ritmo serrato, chitarre aggressive e un organo che non accompagna, ma attacca. Eppure, sotto questa apparente furia, sopravvive una sorprendente ricchezza melodica, evidente soprattutto in Touch e nella title track.
Non è nostalgia degli anni Sessanta, ma il rifiuto dell’idea che nuovo significhi necessariamente migliore. Il risultato è un disco sporco, veloce e profondamente pop, che combatte ogni tentativo di rendere innocua la musica. Quaranta minuti di ostinazione elettrica e irresistibile vitalità.
Long John Silver


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