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Ci sono dischi postumi che sembrano prodotti da un archivista con un problema di attaccamento. Poi c’è Jimi Hendrix, che nel 2013 continua a essere commercializzato come se la sua morte fosse soltanto un dettaglio amministrativo. People, Hell and Angels raccoglie dodici registrazioni provenienti soprattutto dal 1968-69, quando Hendrix stava cercando di capire cosa fare dopo gli Experience. E il risultato è affascinante proprio perché non risolve niente.
“Earth Blues”, “Somewhere” e soprattutto “Bleeding Heart” mostrano un musicista che sta lentamente distruggendo la forma che gli aveva dato la celebrità. Il blues diventa funk, il funk diventa psichedelia, la chitarra sembra continuamente sul punto di perdere il controllo. Hendrix non suona come qualcuno che ha già trovato il futuro: suona come qualcuno che lo sta inseguendo in una stanza buia.
Il problema è che questo non è davvero un album. È una serie di possibilità, schizzi, deviazioni e fantasmi. Alcuni brani sono magnifici, altri sembrano interessanti soprattutto perché li suona Hendrix. E questa è forse la cosa più inquietante: anche quando il materiale è incompleto, la sua presenza resta enorme.
Lenny “Two-Moons” Mallory


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