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Non c’è consolazione nei 154 Sonetti di Shakespeare: pubblicati nel 1609 ma incubati negli anni Novanta del Cinquecento, costituiscono la mappa più febbrile e scandalosa della lirica occidentale. Altro che innocente galleria di temi universali; qui si parla di ciò che ci brucia e ci sfigura: la gelosia che logora, il desiderio che si fa trappola, il terrore fisico del tempo che passa.
Nato a Stratford nel 1564 e morto nel 1616, Shakespeare non scrive da poeta laureato, ma da drammaturgo abituato a mettere le mani nel fango delle passioni. I Sonetti non sono un esercizio lirico, sono una pièce clandestina a porte chiuse. Un teatro intimo dove i personaggi si sbranano, si bramano e si manipolano a vicenda.
La prima metà è un’ossessione voyeuristica per il cosiddetto fair youth, un ragazzo di una bellezza spietata, verso cui il poeta nutre un affetto che travalica l’amicizia per farsi adorazione, dipendenza e sottomissione quasi erotica. Poi irrompe la dark lady, non la classica donna angelo della tradizione, ma una figura carnale, ambigua, infedele. Con lei il rapporto si fa nevrosi pura: attrazione fisica, disgusto di sé, sospetto.
E sopra tutto e tutti domina il Tempo, visto non come semplice concetto, ma come una forza carnivora che sgretola la pelle e prosciuga la giovinezza. La poesia tenta di opporsi a questa carneficina, rivendicando l’illusione di un’eternità stampata sulla carta.
La grandezza di questa raccolta sta proprio qui: nel rifiuto di ogni edulcorazione. Shakespeare ci mostra la verità brutale del nostro sentire, regalandoci uno specchio in cui la modernità continua, a distanza di secoli, a riconoscere le proprie perversioni e le proprie fragilità.
Camouflage Dread


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